venerdì 9 novembre 2012

Quattro soli a motore - Nicola Pezzoli (Neo Edizioni 2012)



Essere stato un duro a Lavinia non significava più nulla. Anzi, era peggio. Era come esser stato pantera e trovarsi di botto reincarnato, senza sapere perché, in un tapiro o in un merluzzo. Ti confondeva

Piccola ma, secondo me, necessaria premessa: se si accede al sito di Neo Edizioni, la casa editrice che ha pubblicato questo libro,  la prima cosa che probabilmente si legge, oltre al neo, loro simpatico marchio di fabbrica, è questa: “cerchiamo opere viscerali, amorali, irriverenti, dissacranti”.
E poi si prosegue leggendo che “la Neo propone e si propone testi caustici, sarcastici, turbativi, ironici, concettualmente forti e scomodi, deliranti nel contenuto ma non nella forma, capaci di insinuarsi nell’epidermide della cultura e della società attraverso sguardi inattesi, poco considerati”.  E ancora, per fare un identikit degli autori che sono disposti a ospitare nel proprio catalogo sottolineano come si cerchino scrittori  che “non devono aver paura di osare. Questo è il solo punto insindacabile”.

Ecco, noi di Corpi Freddi un paio di anni fa abbiamo recensito un altro loro libro, per la precisione "E morirono tutti felici e contenti" e al sottoscritto era piaciuto una cifra proprio perché rispondeva perfettamente a quei tratti somatici poco sopra citati nella dichiarazione d’amore dell’editore verso un certo tipo di letteratura, di stile e di storie. Chiamasi coerenza (di scelte, di progetto, di un credo), che non è così scontata da trovare in un editore.

Ma veniamo al libro, perché è quello che conta:  Quattro soli a motore. Il bello di questa opera, la seconda di Nicola Pezzoli, è che non si può etichettare facilmente.  Non esistono secondo me canoni in grado di inquadrare questa gran bella prova letteraria che lascia secco, quasi impotente davanti a cotanta densità narrativa, chi legge.  Sarebbe presunzione farlo o tentare di farlo, sarebbe un esercizio di stile da perfetto critico letterario d’elite che si sente in diritto di trovare a ogni costo un posto a tutto.  Si può arrivare a definirlo un romanzo di formazione a tinte noir, forse questo possiamo permettercelo.  Ma senza la pretesa di esaurire quello che è in cinque paroline accostate le une alle altre.
Può essere visto come un concentrato, molto ben assortito ed equilibrato, di tante cose: è divertente e scanzonato, è avventuroso, è drammatico, è irriverente, è tragico. Guai a farsi trascinare dalle convenzioni omologanti e omologate della letteratura che troppo spesso sforna eserciti di romanzi che sembrano stampini a tiratura illimitata: questo non fa parte dell’allargatissima famiglia dei libri fotocopia.

Siamo negli anni settanta, fine anni settanta, e per inquadrare ancora meglio l’annata, viaggiamo in retromarcia fino all’ estate del 1978, in Lombardia, e, muovendo lo zoom ancora più in avanti arriviamo a Cuviago, paesino che non dice granché (se non alle infallibili, o quasi,  mappe via Michelin), che sorge vicino al Lago Maggiore.  Questa location dal nome che sembra una parola di un qualche dialetto incomprensibile e che dà l’impressione di raccontare la propria storia a partire da una semplice designazione terminologica, è teatro di vita per Corradino, narratore in prima persona della storia che è un vero e proprio diario scritto a cuore aperto, album di istantanee lomo o polaroid, perché lui nutre un bisogno estremo di certificare tutto, di immortalare ogni flash, ogni sfumatura, di filmare quasi come con riprese amatoriali ad andatura sfocata e traballante il momento, l’istante che non si può perdere nel dimenticatoio. Sente l’impossibilità quasi fisica di non mettere su carta qualsiasi cosa, a partire dagli eventi vissuti in prima persona, con ferite ancora non cicatrizzate e malinconia per certi versi romantica che lo accompagna indietro nel tempo come se questo tempo non fosse mai trascorso, fino ai pensieri. sotto forma di confessione e confidenza, teneri ma anche forti, duri, impietosi, che fanno male, che bruciano.
Con la forza, la prorompenza, il dilagante bisogno quasi fisiologico di buttare fuori tutto quello che si ha dentro e che brucia, che è lì lì per esplodere, che non si riesce più a tenerlo a bada, che solo un adolescente che ha visto quello che è passato sotto gli occhi e sulla pelle del protagonista principale, sa fare.
Sono frame sparsi qua e là, richiamati alla memoria, che son sempre rimasti lì, fermi , in attesa che qualcosa si facesse riaffiorare, che Corradino, tramite la penna abilissima di Pezzoli, sa riordinare perfettamente definendone una linearità quasi stupefacente.
L’estate, per un adolescente, è spesso lunga quanto una vita intera. Più importante forse di una vita intera perché segna, svolta, forma una persona. Quella di Corradino è piena, in ogni senso. Piena delle violenze subite dal padre disoccupato che non vede l’ora di sfogare sul figlio tutta la sua frustrazione da uomo fallito e incontrollabile, una madre, dolce, che vuole bene al figlio ma che alza decisamente troppo il gomito perché si sente prigioniera di una realtà che non l’accontenta, una nonna malata, uccisa piano piano da una delle più brutte bestie degenerative che è l’Alzheimer.  E’ piena di misteri che ci si mette in testa a tutti di costi di credere e di risolvere (la villa Kestenholz, nella quale vive un vecchio centenario verso il quale Corradino e i suoi amici sospettano di omicidio e torture ai danni dei tre figli, o come il taccuino rosso, ritrovato e sottratto dalla soffitta della zia Clarissa, su cui ha scritto di desiderare la morte di alcune persone che hanno fatto soffrire la zia e prontamente queste persone perderanno la vita e Corradino si farà così delle domande piuttosto inquietanti o, ancora, il terrore che provano Corradino e Gianni, il suo amico del cuore, verso tutto ciò che è ombra e il “Cane Nero”), è piena di responsabilità che è convinto di doversi assumere perché è sicuro che è quello il momento di crescere, nonostante la giovanissima età e nonostante abbia, anche giustamente, paura di farlo.
E’ arrivato il momento di superare l’età dell’innocenza per catapultarsi nel complicato campo del mondo dei grandi, si responsabilizza perché spesso è chiamato a cavarsela da solo, deve regolare conti antipatici e scontrosi con una vita che non fa sconti, come ad esempio affrontare i bulli che lo apostrofano “Scrofa!”, che non gli danno mai tregua, che lo tormentano ogni istante, che gli fan dormire sonni bastardi.  Si vuole crescere ma si ha anche paura di crescere, di confrontarsi col mondo esterno, con tutte le sue piccole follie. Crescere significa anche affrontare le proprie paure. E Corradino cerca di farlo a testa alta, malgrado, o forse grazie soprattutto, a tutto quello che sembra fargli terra bruciata attorno.

Corradino conoscerà l’amicizia, per Gianni, con il quale condividerà mille e più avventure, giochi, missioni segrete e misteri da svelare e in più anche le aspirazioni da scrittore di fantascienza di quest’ultimo, conoscerà l’amore per la sorella dello stesso Gianni, Cristina, che lo farà soffrire non tanto perché non è corrisposto ma perché fatica sempre a compiere il passo decisivo per conquistarsi il suo cuore e questa incompiutezza, che sfocia poi con l’abbandono di quelle terre da parte della famiglia di Gianni, lascia un forte amaro in bocca a chi legge.

A livello prettamente stilistico, io ho percepito molto, sentito quasi epidermicamente, l’urgenza che si respira attraverso il tratto, intenso, incisivo, profondo e pieno d’anima, che sanguina quasi, della penna di Pezzoli, che è quello di  Corradino che ritiene un dovere a distanza di tempo raccontare qualcosa, anzi molto di più di qualcosa, della propria vita, di sé stesso, aprendo le porte a chiunque al suo mondo  che è stato e che, in un certo senso, sempre sarà, tangibile e intangibile allo stesso tempo. E’ impressionante come ci faccia vivere in diretta non solo le vicende esterne in sé e per sé, ma anche si trasformi in guida introspettiva, prendendoci per mano e conducendoci nell’io più inviolabile del meraviglioso ragazzino.
Riesce bene, Pezzoli in questa complicatissima operazione di estrapolare qualcosa di noi da Corradino, entrando di fatto a pizzicare il nostro più intimo vissuto della nostra adolescenza e rendendo ciascuno di noi una sorta di protagonisti fantasmi della storia.
La scrittura è semplice e colloquiale (e anche legata alle tradizioni, per mezzo di un uso consapevole e in alcuni casi accentuato del dialetto), ma allo stesso tempo potente e ironica, carica di tensioni e sicura di sé, senza ricerca di effetti speciali e artifici retorici inutili , perché se c’è una cosa che mi ha trasmesso il libro, è che Pezzoli sembra abbia scritto a fiume, senza prepararsi una trama a tavolino ma abbozzandola in corso d’opera, “improvvisando” meravigliosamente il quadro che ne è venuto fuori, giocando, divertendosi anche, nel racconto-in-soggettiva.
Verrebbe voglia di chiedere a Pezzoli: ma dopo quell’estate, che accidenti ha combinato ancora Corradino? Come è cresciuto? E’ riuscito a farsi una vita, propria e indipendente come si deve o è ancora imprigionato in qualche modo nel fantasma di quell’estate? Siamo un po’ tutti noi Corradino perché, malgrado le innumerevoli varianti che separano le une dalle altre le adolescenze di ciascuno di noi, penso che quegli anni siano stati per tutti quanti un po’ il crocevia decisivo della propria esistenza.

Il libro, tra le altre cose, è stato selezionato da Neo Edizioni per rendere partecipe il popolo dei lettori a un’altra bellissima iniziativa organizzata da Letti di notte che vi invito a visionare. Partecipare è quasi un obbligo, per ogni lettore che si rispetti.

Articolo di Matteo Spinelli

Dettagli del libro


  • Prezzo: € 15.00
  • ISBN: 978-88-96176-11-5
  • Pagine: 304
  • Formato: 14X20




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